È approdato anche nelle sale italiane “La cura dal benessere”, il nuovo lavoro di Gore Verbinski, un thriller/horror psicologico. Sicuramente tanta suspence e alta tensione ma, a mio avviso, di horror ce n’è davvero poco o quasi nulla. Sono poche che i momenti in cui il regista fa sobbalzare gli spettatori dalle poltrone, complice un montaggio poco “cattivo” e alcuni momenti vuoti ed inutili.
La storia è quella del giovane Lockhart, arruolato da un’importante società finanziaria di New York per recuperare l’amministratore delegato Pembroke, recatosi in una misteriosa casa di cura situata nelle alpi svizzere, in quanto serve la sua firma per la fusione della società con un’altra compagnia. Quando Lockhart arriva alla spa incontra subito resistenza sia da parte del personale che da parte del dottor Volmer e un grave incidente stradale lo obbliga ad allungare la permanenza nella clinica. Costretto nella spa, Lockhart fa conoscenza sia con una giovane e misteriosa ragazza di nome Hannah, che con un’altra paziente, Victoria Watkins, che gli rivela la strana storia dell’edificio in cui soggiornano. Ed è qui che Lockhart si rende conto, pian piano, di ritrovarsi al centro di un piano letale che affonda le sue radici in un passato lontano 200 anni, dove i pazienti sono vittime di terribili esperimenti.
Nonostante la durata (146 minuti), il film risulta scorrevole e tiene col fiato sospeso lo spettatore ma spesso la sceneggiatura presenta delle lacune in quanto non riesce a chiarire quello che sta realmente accadendo e lascia un pò spaesati. In definitiva, su diversi punti, il regista lascia spazio alla libera interpretazione del pubblico.
Vietato, dunque, distrarsi anche solo per un momento per evitare di perdersi nelle intricate vicende della misteriosa casa di cura. Diversi fattori lasciano ignaro lo spettatore e alla fine del film sono tante le domande che sorgono alla curiosità di chi esce dalla sala.
Da segnalare l’ottima performance del protagonista, Dane DeHaan, nei panni di Lockhart: il suo personaggio risulta convincente e fa appassionare il pubblico alla vicenda.
In definitiva ci troviamo di fronte ad un film che, come genere, ricorda molto “Shutter Island” con Leonardo Di Caprio. Di sicuro non risponde a tutte le nostre domande, ma d’altronde è proprio questo il fascino dei thriller psicologici: sono poco scontati, stimolano la mente e lasciano un pò di libera interpretazione che non fa mai male.

Sempre un piacere leggere le tue recensioni. Un bel 10 :)
RispondiElimina